domenica 22 marzo 2009

Non è una questione privata, le mie dimissioni da Rifondazione comunista


“Ma c'è anche il massimalista che non è nel Partito massimalista, e che può essere invece nel Partito comunista. Egli è intransigente, e non opportunista. Ma anche egli crede che sia inutile muoversi e lottare giorno per giorno; egli attende solo il grande giorno. Le masse - egli dice - non possono non venire a noi, perché la situazione oggettiva le spinge verso la rivoluzione. Dunque attendiamole, senza tante storie di manovre tattiche e simili espedienti. Questo, per noi, è massimalismo, tale e quale come quello del Partito massimalista.
Il compagno Lenin ci ha insegnato che per vincere il nostro nemico di classe, che è potente, che ha molti mezzi e riserve a sua disposizione, noi dobbiamo sfruttare ogni incrinatura nel suo fronte e dobbiamo utilizzare ogni alleato possibile, sia pure incerto, oscillante e provvisorio. Ci ha insegnato che nella guerra degli eserciti, non può raggiungersi il fine strategico, che è la distruzione del nemico e l'occupazione del suo territorio, senza aver prima raggiunto una serie di obiettivi tattici tendenti a disgregare il nemico prima di affrontarlo in campo.
Tutto il periodo prerivoluzionario si presenta come un'attività prevalentemente tattica, rivolta ad acquistare nuovi alleati al proletariato, a disgregare l'apparato organizzativo di offesa e di difesa del nemico, a rilevare e ad esaurire le sue riserve.
Non tener conto di questo insegnamento di Lenin, o tenerne conto solo teoricamente, ma senza metterlo in pratica, senza farlo diventare azione quotidiana, significa essere massimalisti, cioè pronunziare grandi frasi rivoluzionarie, ma essere incapaci a muovere un passo nella via della rivoluzione.”
Antonio Gramsci



Caro Walter,
con la presente sono a comunicarti che ho deciso di non rinnovare più la mia adesione a Rifondazione comunista. Ti faccio questa mia comunicazione per iscritto in quanto il ruolo che ho svolto all’interno del Partito e gli incarichi dirigenti che ricopro tuttora, obbligano, da parte mia, un passaggio formale al segretario, se non altro per adempiere i doveri statutari e provvedere alle sostituzioni del caso.
Walter, sono iscritto a questo partito dal 1992, e qui io ci sono cresciuto: politicamente ed umanamente. Ho visto passare praticamente tutti i segretari provinciali di questa federazione: Perazzi, Novari, Folli, Benvenuti, Ruzzi, De Munari (che nonostante non ne fosse mai stata formalizzata l’elezione fu un facente funzioni), Cutaia (per ben due volte), Testa, Tamani, Conte, Piro e te. Ho visto tutte le scissioni che questo travagliato partito ha avuto. Quelle locali: di Palazzino e Gambetta, e quelle nazionali: di Crucianelli e Garavini, quella dei Comunisti italiani, quella di Ferrando, quella di Turigliatto e per finire quella di Vendola. Particolarmente sofferta fu quella dei “cossuttiani” dove occupammo la federazione in quanto vi fu la reale preoccupazione che ci scippassero la sede, vista l’uscita praticamente unanime del gruppo dirigente locale. Ho visto gente entrare ed uscire da questo partito, come se l’ingresso avesse le porte girevoli. Ho visto un partito passare da quasi tremila iscritti ai desolanti numeri attuali. Ho avuto modo di conoscere e prendere esempio da compagni come Jolanda Musci, di cui ricordo i severi rimproveri e le sollecitazioni e il suo proverbiale: “compagno hai una sigaretta?” prima di ogni comitato federale, e da Teodoro Bigi che nonostante l’età, con una tempra invidiabile, incontravo sempre in centro città a volantinare, spesso in solitudine, documenti autoprodotti in difesa della costituzione e della democrazia e, salutandolo, mi prendevo la mia parte di foglietti e ne stavo un po’ in compagnia per volantinare ed ascoltarlo.
Come puoi immaginare, anche dalla breve descrizione che ti ho fatto, io il partito l’ho vissuto, e in modo profondo, non come un semplice esercizio di rinnovo della tessera. Ho vissuto il partito in quanto volevo che un patrimonio di idee, di militanza, di modello di società, quale era il Partito comunista italiano, non andasse perduto nel ricordo di chi ne fece parte e ne fu protagonista. Non poteva e non doveva finire con un atto di autoscioglimento che aveva la presunzione di dichiarare finite le ragioni storiche su cui si basa la necessità di avere uno strumento utile per la nostra classe di riferimento: il partito comunista.
Oggi però mi sono fatto la convinzione che la scommessa per rifondare il PCI, anche su basi nuove, sia persa.
È persa in quanto oggi Rifondazione non ha un legame con le masse e si è arroccato su posizioni autoreferenziali e di setta. Ne è la prova un volantinaggio davanti l’azienda in cui lavoro dove, lo può testimoniare anche Samuele, invece di ascoltare degli operai che stavano per essere collocati in cassa integrazione, si pensava a vendere le copie di una nota rivista di una corrente del Partito. Il giorno seguente sono stato sbeffeggiato dai miei compagni di lavoro: “ invece di ascoltare i nostri problemi ci volete vendere il giornaletto” paragonando il PRC ad una nota setta che di porta in porta offre i propri giornalini.
Non ti nascondo che anche alcune scelte, sul piano democratico, mi hanno spinto a prendere questa decisione: le assemblee degli iscritti convocate telefonicamente, che mi vengono fatte tre giorni prima di tale riunione e senza convocare la stragrande maggioranza degli iscritti, ma sono quelli che hanno un orientamento favorevole alla tua maggioranza; le convocazioni del comitato politico federale che puntualmente non mi arrivano e che di cui vengo a conoscenza per sentito dire (tranne le ultime due di cui ho ricevuto le mail di Davolo); il richiamo formale del collegio di garanzia (su carta intestata e con firma: il Presidente del Collegio di Garanzia), votato a minoranza (2 voti su 5 membri e comunque su 4 presenti) in qui mi si rimprovera di avere avuto, di sovente, un atteggiamento che disturba il regolare svolgimento dei lavori del CPF e che è stata la causa della reazione di un tuo membro della segreteria, che a momenti mi aggrediva fisicamente.
Siamo di fronte ad un partito senza regole e senza merito politico, schiavo del massimalismo trozkista, che ha fatto una vera egemonia politica nella linea di Rifondazione, e delle sensazioni a pancia del gruppo dirigente.
Credimi, pensavo seriamente che la battaglia politica nel partito fosse sufficiente a modificarne gli orientamenti, in un sano confronto fra posizioni differenti, ma gli elementi di cui sopra evidenziano che quella possibilità, quantomeno a me, non è garantita.
Non ti nascondo che in me vi è anche un dissenso profondo nel merito delle scelte che si sono compiute per le prossime amministrative, ovvero la scelta isolazionista del Partito, prim’ancora che dal centrosinistra dal resto della sinistra che ha pubblicamente preso le distanze dalle posizioni del PRC. Scelte prima annunciate a mezzo dichiarazione pubblica ma non mi è dato sapere se poi sono state ratificate da un qualche organo, poco m’importa oramai. Non posso sollevare anche come le motivazioni che sono state adottate per tale scelta, particolarmente una critica alla mobilità, non abbiano tenuto in considerazione (o chissà forse le tenevano ben in considerazione) che quei settori della Provincia li gestiva il Partito! (forse non si rammenta che l’assessore alla mobilità collettiva era il sottoscritto come dire: la Provincia ha fallito laddove abbiamo gestito noi!), e che tra l’altro sono gli aspetti maggiormente apprezzati dalla cittadinanza e basta andare a prendere un caffé in qualsiasi bar della provincia per averne una conferma.
Sono troppi, ormai, gli elementi che mi distinguono da questa Rifondazione comunista e credimi sono altrettanto convinto di non aver mai cambiato il “mio essere” in questi anni di militanza, ma avverto invece cambiamenti nel Prc che mi portano a fare una scelta che mai avrei creduto di fare nella mia vita: quella di lasciare. Troppi sono stati gli inviti, velati o palesi, che mi sono stati fatti ad andarmene e quindi vi lascio discutere in pace, senza recar disturbo. Io se posso, e con la pochezza della mia azione, proverò, fuori nella società, a convincere qualcuno che la pensa diversamente da me a comprendere le ragioni degli sfruttati e combattere per i loro diritti, che sono pure i miei.
Ti lascio con una esortazione a non strumentalizzare questo mio gesto: io non vado da nessuna parte; non andare da nessuna parte, però, non vuol dire non schierarsi, non esprimere le proprie idee; come diceva, sempre Gramsci -e t’invito a leggerlo un po’-, “odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
La mia militanza invece, qualora fosse gradita, d’ora in poi la praticherò nell’ANPI, a San Secondo, dove sono iscritto.
Un saluto,
Filippo.

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